LA GRAFIA

Imparai la tecnica della dattilografia nel 1967, all’età di quattordici anni.

Frequentavo la St. John’s School di Melbourne, era una scuola molto nota all’epoca per le classi di avviamento al lavoro, infatti, preparava noi ragazze a diventare le future segretarie d’azienda.

Nella classroom di questa materia, sui nostri banchi c’erano macchine da scrivere molto vecchie della famosa marca Olivetti. Erano alte, con una tastiera rigida, che bisognava premere i tasti con grande forza affinché le lettere si stampassero bene sulla carta. Imparammo perfino a cambiare il nastro dell’inchiostro senza macchiarci. Le mie insegnanti erano suore, molto, molto severe, ma estremamente preparate. Il metodo per imparare era assai noioso, all’inizio si doveva battere ripetutamente sui tasti guida per memorizzarli e riuscire a digitare automaticamente con tutte e otto le dita (i pollici erano riservati esclusivamente alla barra spaziatrice). Ogni dito aveva i suoi specifici tasti. Alla fine di sei mesi, però, assimilai la tecnica, acquisendo una notevole velocità di battitura.

Oggi trovo comodissimo scrivere sulla keyboard del computer, ed è molto più sensibile alla battitura e non ce il nastro da cambiare.

Comunque la scrittura a mano resta qualcosa di insostituibile, ti rappresenta intimamente, a partire da ogni firma che lasci.

 Mia mamma, nata nel 1923, aveva una bellissima calligrafia, fluida ed elegante, frutto di un’epoca in cui scrivere bene era forma di rispetto e decoro.

Ricordo ancora oggi l’emozione di quando si scrivevano le lettere a mano. Non era solo un modo per comunicare, ma un vero e proprio rituale. Si sceglieva la carta adatta, piuttosto leggera per la posta aerea, si impugnava la penna e ci si prendeva il tempo per riordinare i pensieri. Ogni cancellatura o imprecisione raccontava uno stato d’animo. Poi c’era la cura nel chiudere la busta, nell’incollare il francobollo e nell’imbucarla, seguita dalla dolce e trepidante attesa della risposta. Ricevere una lettera significava stringere tra le mani un pezzo della persona che l’aveva scritta, riconoscerne i tratti, il profumo della carta, l’inclinazione delle parole.

Oggi, purtroppo, questo mondo sembra appartenere a un passato lontanissimo.

La scuola stessa ha cambiato direzione, i miei nipoti me lo confermano.  Se ai miei tempi l’uso della macchina da scrivere era una disciplina specialistica riservata a un percorso professionale, oggi la tastiera è diventata il punto di partenza per tutti fin dai primi anni di studio. Nelle aule i quaderni lasciano sempre più spazio a iPad, tablet e PC. La scuola incentiva i ragazzi a consegnare compiti digitati, a prendere appunti sullo schermo e a familiarizzare subito con software e tastiere digitali.

Questo orientamento risponde senza dubbio alle esigenze del mondo moderno, rendendo i ragazzi veloci e pronti per il lavoro di domani. Tuttavia, questo continuo spingere verso la tastiera sta facendo perdere loro il contatto con la scrittura a mano. I giovani non si esercitano più a sviluppare una propria calligrafia, spesso faticano a scrivere in corsivo e non provano più la sensazione di far scivolare l’inchiostro sul foglio.

Se da un lato la tecnologia offre velocità e comodità, dall’altro ci priva di quell’impronta personale e riflessiva che solo la penna sa dare. La sfida di oggi non dovrebbe essere sostituire la penna con lo schermo, ma insegnare ai ragazzi a padroneggiare entrambi i mondi: la rapidità della tastiera per comunicare con il mondo, e la cura della scrittura manuale per rimanere in contatto con se stessi.

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